Principale Mercati Tamburi (Tip): “Il disastrismo non paga: anche per l’Italia”

Tamburi (Tip): “Il disastrismo non paga: anche per l’Italia”

INTERVISTA A GIANNI TAMBURI, presidente e Ad di Tip – “Ancora una volta è stata battuta la visione disastrista dell’Italia. Sul mercato ci sono buone occasioni e il messaggio di Draghi è chiaro: avanti con l’equity” – “Non giustificato lo sconto della Borsa su Tip”

Che segnali, dottor Tamburi, arrivano dalle indicazioni della Bce all’uomo di mercato? “Il messaggio è chiaro: oggi non esistono alternative all’equity“. Avanti, avanti, dunque. Con giudizio, ma nella convinzione che “il disastrismo”, merce corrente del dibattito economico e politico, non paga. Ancor prima che Mario Draghi distribuisse nuove pillole d’energia ai mercati,>Gianni Tamburi, leader di Tip e primo estimatore delle virtù del manifatturiero made in Italy, era sceso in campo con un intenso shopping sui listini (e non solo) nonostante le nuvole politiche e l’aria di recessione che incombe, specie nei giudizi degli analisti. La spinta della Bce non fa altro che rafforzare questa convinzione. “Basta guardare in conti delle aziende in giro per il mondo per valutare la forza delle imprese”.

Ma davvero le Cassandre sbagliano sempre?

“E’ evidente che si possono attraversare fasi di stanca. Ma, a mano a mano che si allunga il ciclo positivo, si tende ad esagerare la portata di qualsiasi notizia negativa per individuare il presunto punto di rottura del ciclo. Vale a livello globale, ma vale anche per l’Italia: l’enfasi sui problemi tende a sovrastimare le note negative offuscando un quadro generale che è migliore di quello dipinto dalla maggior parte dei media”.  

Faccio l’avvocato del diavolo. L’economia globale, e quella europea in particolare, è alle prese con l’indebolimento di un’industria chiave, quella dell’auto, investita dal calo delle vendite assieme all’arrivo di regole più severe, oltre che dai costi della transizione all’elettrico.

“Ma perché non guardiamo all’aspetto positivo? I grandi dell’auto, a partire da Volkswagen fino alla stessa Fca, stanno investendo cifre imponenti per partecipare ad una grande azione di rinnovamento industriale. Penso che questi sforzi alla fine contribuiranno alla ripresa economica globale. Certo, c’è chi è più avanti in questo sforzo e chi paga errori di valutazione. Ma vedo un solo caso critico: Tesla non mi sembra il grado di giustificare i prezzi raggiunti in Borsa”.

Le vendite dell’elettrico però stentano a decollare.

“Valuteremo quando ci sarà un’offerta più adeguata. Ma il pubblico si sta abituando. Anch’io, che presto dovrò cambiare macchina, mi sto convincendo a scegliere un’ibrida”.

Altro caso critico, le banche: l’intervento di Draghi, secondo alcuni, è poco più di un brodino per un comparto in crisi di redditività.

“Le nuove decisioni si inquadrano in un clima meno ostile per il settore bancario, che ha pagato duramente giudizi e pregiudizi maturato durante gli anni della grande crisi. Mi sembra che stiano rientrando i diktat della signora Nouy sul trattamento delle sofferenze, lasciando spazio a regole più sostenibili. Anche sui non performing loans si aprono le maglie”.

Ma la stretta è sempre possibile.

“Mi sembra difficile. Noi abbiamo Carige, ma la Germania è alle prese con il salvataggio di Deutsche Bank. Non credo che siano in vena di strette regolatorie”.

L’atteggiamento dell’Europa non è cambiato solo sulle banche. Non c’è troppa euforia sul rapporto tra Bruxelles ed il nuovo governo?

“Lo spazio c’è, vediamo di non bruciarlo. In ogni caso la carta Gentiloni è molto importante. Conosco bene Paolo e ne apprezzo le virtù politiche, assai più delle competenze economiche. Ma è quel che ci vuole in attesa che arrivino segnali più forti. Anche dall’Italia. Senza dimenticare che gli spazi di manovra in Italia non sono più ristretti, data la congiuntura, di quelli che devono affrontare Francia e Germania”.

Si riaprirà il capitolo delle privatizzazioni?

“Non se ne parla, purtroppo. Ed è un peccato, perché il capitolo delle opere pubbliche, una volta sbloccata la Tav, torna ad essere interessante anche se la manca la “cinghia di trasmissione“ cioè un meccanismo in grado di sveltire i processi e la realizzazione delle opere che avrebbero investitori interessati, anche tra i privati. Prendiamo il calo di Roma: la Raggi no ha alcuna autonomia finanziaria, eppure siede sull’Acea che garantirebbe spazio di manovra per diversi anni. Ma non se ne fa nulla per l’interesse di pochi”.      

Intanto l’Alitalia tenta un nuovo salvataggio a carico dell’area pubblica.

“La situazione è così compromessa che non vedo alternative. Fin dai tempi della svolta di Tremonti in Cdp ho sempre pensato che sia necessario pensare al rapporto pubblico-privato in modo concreto, evitando le contrapposizioni ideologiche”.

Così come per le tasse. Il mantra generale è che il carico fiscale debba calare sempre e comunque. Ma il debito è quello che è. Come la vede?

“Io, guardando a quel che avviene in altri Paesi, come la Francia, credo che ci sia spazio per qualche correzione a carico di alcune fasce di contribuenti”.

Non mi dica che apre alla patrimoniale!

“Assolutamente no, non me lo faccia dire perché non voglio sit-in sotto la sede di Tip. Molto più semplicemente, io credo che ci siano spazi per riequilibrare il carico in alcuni settori. Credo che ci non sarebbe alcuno scandalo o protesta se venissero modificate le regole sulle successioni in linea con quanto avviene in altri Paesi”.

E quale sarebbe l’effetto?

“Sarebbe assai più facile per l’attuale maggioranza introdurre elementi di stimolo che favoriscano l’attrazione di investimenti, specie dall’estero, riducendo così il deficit spending che grava sul Paese”.

Intanto gli investitori internazionali hanno fatto ottimi affari grazie al debito pubblico italiano.

“E continueranno a farne visti i nuovi livelli dello spread. Italiani o stranieri, quel che conta è che è stata battuta ancora una volta la visione disastrista della situazione italiana. Ancora pochi giorni fa qualcuno scommetteva sullo spread a quota 400. Invece nel giro di pochi giorni la tendenza si è invertita con grandi rapidità confermando che, dietro le tensioni gonfiate dalla cronaca politica, figura una realtà assai più sana, capace tra l’altro di reagire meglio di altri concorrenti alle difficoltà sul fronte del braccio di ferro sui dazi”.

Come andrà a finire quella partita?

“Da quel che io ho capito, non è interesse di Trump trascinare il confronto nell’anno elettorale. E la Cina, alle prese con i problemi di Hong Kong, non vuol certo introdurre altri elementi di instabilità. Questo favorisce la permanenza di tassi bassi a difesa dei listini ma anche di possibili passi in avanti nel caso si allentino le tensioni. Intanto la Fed, dopo quel che ha fatto Draghi, non potrà evitare nuovi tagli”.

Torniamo all’Italia. Può esserci un rally?

“Non lo so. Finora Piazza Affari ha pagato l’effetto spread, ormai superato, ma anche l’assenza di propellenti al rialzo come, ad esempio, fu l’introduzione dei Pir. Le buone occasioni non mancano”.

E’ senz’altro l’opinione che si ricava dalla semestrale di Tip.

“Il 2019 è stato l’anno più dinamico della nostra storia.  Il patrimonio è salito, a metà esercizio, a circa 783 milioni, oltre 116 milioni in più rispetto al 31 dicembre 2018, con un utile consolidato (pro forma) di oltre 41 milioni. Abbiamo rafforzato la posizione in Prysmian, effettuato nuovi  investimenti in Oviesse, Sesa ed Elica, senza trascurare l’acquisto di azioni proprie e l’investimento in alcune promettenti start up”.

Un cantiere in costante evoluzione.

“L’obiettivo è di abbinare una buona redditività con una diversificazione del portafoglio che difenda l’investimento dei nostri azionisti”.

Piazza Affari, però, stenta a riconoscere i frutti della gestione di Tip.

“E’ vero. Come si legge nella relazione ai conti del semestre, il prezzo delle azioni TIP (5,81 euro, il giorno 13) è in linea con la quotazione di fine 2018, anche se il valore delle partecipazioni quotate detenute è cresciuto, nello stesso periodo, mediamente di oltre il 15% e la maggior parte delle società non quotate sono andate molto bene. Il valore del titolo,  a giudicare da questo parametro, dovrebbe oscillare tra 7,5 e 8 euro anche senza tener conto delle prospettive di crescita del portafoglio, dividendi compresi. Il mercato, però, sta applicando uno sconto a mio giudizio non giustificato”.

Ma anche in questi caso Tamburi, un passista più che uno scattista, si affida al tempo che è galantuomo.